Il mio primo batticuore

9 Ott

LUI lo ricordo bene… eccolo lì, che ride e scherza con gli amici nel piazzale davanti casa, con quell’espressione che oggi definirei da bello e dannato. LUI, più grande di me, alto, con fare sicuro nei suoi jeans da paninaro. Si, perché erano gli anni ’80, quelli che mi vedevano innocentemente inconsapevole di ciò che la vita mi avrebbe riservato.

LUI 18 anni, io 6!

Osservarlo nascosta da dietro il muro di cinta mi emozionava. Ma era quando mia madre mi avvertiva che nel pomeriggio saremmo andate a prendere il the dai vicini, che un’improvvisa gioia s’impossessava di me e a quel punto non c’erano compiti che tenevano: schizzavo in camera e la pregavo di vestirmi di tutto punto per fare bella figura.

Non come quella volta che mia madre mi comprò una tuta nuova, lilla, con un orso bianco che sonnecchiava nel bel mezzo della mia felpa. Ecco, quella tuta, dai polsi larghi, mi faceva sentire ridicola. Ma, nonostante le mie insistenze nel rivendicare una mise che mi mettesse più a mio agio, mia madre non ne volle sapere e decise che quel giorno il the dai vicini sarei andata a prenderlo vestita così.

Cercai di fare il mio ingresso nella loro casa con tentata nonchalance, ma alla padrona di casa, che si accorse del mio broncio, mia madre spiegò il dramma appena consumatosi nelle mura di fianco.

E nel frattempo con la coda dell’occhio vidi LUI alzarsi dal divano per venirci incontro a salutare (che mia madre lo diceva sempre che è “un ragazzo tanto educato”) e abbassandosi sulle ginocchia di fronte a me, tanto da avere i suoi occhi all’altezza dei miei, disse: questa tuta è bellissima e ti sta proprio bene.
Restai ad osservarlo per qualche secondo con le mani lungo i fianchi, nell’attesa di realizzare quanto le mie orecchie avevano appena udito. Poi la mia bocca si inarcò all’insù e i miei occhi non resistettero a guardare verso il basso per nascondere l’imbarazzo.

Da quel giorno amai quella tuta lilla con l’orso bianco con la quale riuscii a strappare al mio adorato vicino un complimento.

E da lì l’illusione di avercela fatta. Passai i giorni successivi ad immaginare la nostra storia d’amore, per quanto potessi immaginarne una a quell’età, fatta di giochi, passeggiate e corse in bici. LUI alla guida, io in piedi sul portapacchi con le mani appoggiate alle sue spalle.

Poi, come accade spesso nelle più grandi storie d’amore, ecco la sopraggiunta di quell’amara consapevolezza che si ripropone ciclicamente nella mia vita come la centrifuga alla fine di un lavaggio in lavatrice.

Me lo disse mia madre: sai che il vicino ha una fidanzata? Studiano tutti i pomeriggi insieme.

Improvvisamente quell’onda di giubilo che accompagnava i miei doposcuola si trasformò in delusione. Seppi però affrontare la situazione con la maturità che i miei 6 anni mi offrivano: alzai le spalle e andai in camera a giocare con le Barbie. Perché solo a quell’età ti riesce di farlo… A questa (la mia) come minimo avrei preso carta e penna e avviato un’analisi socio-psico-antropologica del genere maschile.

Da allora sono passati tanti anni e ricordo ancora quella mia prima cotta, alla quale hanno fatto seguito nuovi batticuori, amori, delusioni… con una sola differenza: TU, caro vicino, sei e resterai sempre per me la copia originale… gli altri sono tutti un fac-simile.

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