Gwyneth docet!

25 Nov

Prendo spunto da un film, Sliding doors, che ho rivisto “casualmente” di recente, per soffermarmi a fare qualche riflessione sul messaggio che esso vuole lanciare, o quello che perlomeno io ho colto.

Quanto contano le coincidenze nella vita?

Gwyneth Paltrow, nel film, interpreta il ruolo di Helen, una bella ragazza felicemente fidanzata con Gerry, alias John Lynch, e che d’un tratto si ritrova senza lavoro.
E’ questo il punto di partenza dal quale si diramano le due ipotesi di vita di Helen: cosa sarebbe successo se la donna, andando di corsa via dall’ufficio, fosse salita sulla metro al volo? E cosa se l’avesse persa per un soffio?

sliding doors

Mi sono così soffermata a pensare a quali siano state le coincidenze che hanno segnato la mia vita.

E le prime associazioni che mi vengono in mente riguardano, guarda un po’, il campo sentimentale (che novità per questo blog!!!).

Ecco, pensiamo ad esempio se una sera di giugno di qualche anno fa, appena scesa dal treno, non fossi corsa verso la fermata dell’autobus per prendere il 27 al volo, direzione casa. Di certo avrei perso l’occasione di rincontrare, a distanza di 10 anni, il “mio primo bacio”.

Esatto, il primo intreccio di lingue!!!

bacio

Quello che, complice la distanza, vide presto il tragico epilogo. E lasciamo stare che in quel momento fui travolta dalla stessa sensazione che si prova quando da True Colors di Cyndi Loper l’iPod ti catapulta, in maniera del tutto random, su La Cura di Battiato.

Ma tornando all’incontro…. che cosa romantica direte voi, un segno del destino!

E già, proprio un segno del destino.

Perché in 10 anni, tu, quella persona lì non l’hai più incontrata. E ci sarà un motivo per il quale ti sia capitato di rivederla proprio quella sera e proprio in quella fase della tua vita.

Di fatti, io single, lui single…. praticamente avevo in mano l’asso di briscola! E due sere dopo mi ritrovo in un revival del tête à tête adolescenziale.

Che cosa bella!

E si, perché nel corso della nostra serata di celebrazione del ritrovamento, lui ha avuto modo di raccontarmi come, dopo aver tolto la verginità alle mie labbra, ecco, esattamente dopo un mese, incontrò colei che ha ritenuto a lungo essere la donna della sua vita.

Così, giusto per rompere il ghiaccio, cosa avrebbe potuto dirmi di più gratificante?

La donna della sua vita è poi diventata ex-donna-della-sua-vita, giustappunto un mese prima del nostro reincontro.

Ehhhhhhhhh, c’ho il tempismo io!

Un paio di giorni dopo accetto il secondo invito a rivederci. Ed è lì che, ta-daaaaaan, lui mi ritira fuori sta ex!

Aridaje!

Che ho capito che ti rode che tu in quella storia c’hai investito 10 anni della tua vita (e con me scarsi 3 giorni), ma questo tuo rodimento non può, anzi non deve, stuzzicare la mia ira.

Perché, se a te rode che lei t’abbia lasciato, io, al tuo invito a vedere le vostre foto insieme, inizio ad abbaiare. E cagna che abbaia, morde pure.

cane

Non è difficile immaginare che, a quella serata, non abbia fatto seguito un terzo “rivediamoci”.

Ora, Gwyneth insegna, appunto. Ma cosa insegna?

Con il ragazzo in questione non andò in porto la prima volta e neppure la seconda.

Ma, così come fui io a scegliere a chi destinare il mio primo bacio, e non fu il destino a portarmi via il mio principino azzurro, anche la mia agilità nel correre e i litri di Olio Cuore ingeriti negli anni mi diedero modo di prendere quell’autobus al volo e di imbattermi nuovamente in lui.

E sono sempre io ad aver scelto di lasciare a quella persona il solo compito di incarnare uno dei ricordi più belli della mia adolescenza (che neppure due rullini da 36 foto con un’altra sono stati in grado di deturpare).

In conclusione, io la vedo così: a volte affidiamo al destino meriti o colpe, senza renderci conto che, in fin dei conti, questo è solo frutto delle nostre scelte, per quanto piccole e apparentemente insignificanti possano essere.

E ora vi svelo un segreto, una predizione che lascerebbe di stucco l’intera stirpe Maya: un giorno la sottoscritta diventerà una famosa scrittrice, scoperta casualmente da un talent scout, che in realtà navigava su Google nell’intento di cercare un abito a pois per un travestimento anni ’60. E, un pois tira l’altro, alla fine la sottoscritta e il talent scout si sposeranno e figlieranno.

E se io questi pois non li avessi messi nero su bianco…

Amore a distanza

8 Nov

Ti adoro, così come sei. Con i tuoi pregi ed i tuoi difetti.

Ti adoro, perché ogni volta che ti vedo mi fai battere il cuore, come quando ci siamo incontrati per la prima volta, sette anni fa.
Perché quando ci ritroviamo, dopo tanto tempo, è come se non ci fossimo mai lasciati.
Perché tu, così grande, sai stringerti, e stringermi, in un abbraccio.
Perché, da qualsiasi profilo ti guardi, mi affascini.
Perché sei elegante, ma tutti amano il tuo saper essere di tendenza.
Perché a volte pronunci parole che non saresti in grado di scrivere.
E perché, quando mi parli, ti diverti ad osservare la mia espressione incerta, di colei che non è sicura di aver capito.

Ti adoro, anche se ami sfoggiare quei capelli biondi, che non fanno di te il mio tipo ideale.
Anche se preferisci la pioggia al sole.
Anche se hai un modo di scherzare tutto tuo.
Anche se, quando sono con te, non riesco più a distinguere la destra dalla sinistra.
Anche se copriresti di moquette persino i marciapiedi.
E anche se vorresti vedermi ingozzare ogni giorno di pesce fritto e patatine, ma alla fine mi fai assaporare le cucine più disparate.

Ti adoro, anche quando resti lì, immobile, mentre io mi lascio sollevare e mestamente mi allontano.

Ti adoro, perché non mi deludi mai.

Ti adoro Londra, e spero di rivederti presto.

london

Vite in palestra

31 Ott

Quelli che vanno in palestra, e che ci vanno a fini sportivi (dimagrimento, tonificazione, mantenimento, abbordaggio), dovrebbero sapere che quel luogo lì è fatto per sudare.

Esatto, SU-DA-RE.

Un concetto che, a quanto pare, non è a tutti noto.

sudare

Da quando, un paio d’anni fa, ho deciso di dedicarmi alla cura del mio corpo conducendo un’operazione militare, le cui armi principali sono lo step, il sacco e la cyclette, mi sono ritrovata ad osservare, più o meno inconsapevolmente, la vita dei “palestrati” di oggi: maschi e femmine.

E ci tengo a precisare che, per “palestrato”, non intendo il cultore del fitness a livelli estremi, ma semplicemente chi in palestra ci si è quantomeno iscritto.

I maschi palestrati

Esistono alcune tipologie di maschi palestrati che colpiscono particolarmente la mia attenzione.

Per prima c’è la componente formata da quelli che, HOOAH!, rivolgono allo specchio versi intrisi di fatica. Che esternano sonoramente il loro (sotto)sforzo. Che caricano compiaciuti gli attrezzi e sollevano pesi così elevati da aspettarti brandelli di muscoli esplosi schizzarti in faccia da un momento all’altro.

Ci sono poi quei maschi che, invece, monitorano costantemente il proprio cellulare, custodito nella tasca della tuta, o appoggiato di fianco all’attrezzo, ma comunque sempre a portata di mano, che non sia mai che sfugga un contatto con il mondo social! (E’ vero, ci sono anche esemplari di palestrati femmine che manifestano le stesse usanze, ma, nelle sale pesi che ho frequentato, ho constatato trattarsi di un comportamento più comune alla componente maschile).

E ancora, a carpire la mia attenzione di osservatrice, ci sono quei maschi che in palestra indossano, a scanso di equivoci, gli occhiali da sole. Che, probabilmente, riescono ad osservarti senza dare nell’occhio.
Si, perché con un paio di occhiali da sole sul tapis roulant non dai nell’occhio, no!

Posso poi non citare colui che, un dì, affrontò il tappeto di cui sopra in costume da bagno ed infradito? No, non posso.

Infine, c’è tutta una restante parte di maschi palestrati che si cimenta nella pratica sportiva con, a mio avviso, sensuale discrezione. Quelli che prendono la via di mezzo tra il gonfio e lo sgonfio. Quelli che, con sana indifferenza, scolpiscono (ma anche no) addomi e pettorali glabri (ma anche no).

Le femmine palestrate

Sul mondo palestrato femminile, invece, ho da fare un altro tipo di riflessione, che mi riguarda più da vicino.

In questo paio d’anni di lotta vana contro lo specchio e la mente bacata, non c’è modo che io arrivi alla fine della lezione di total body senza assumere le sembianze di uno straccio da pavimento fradicio.

Ora, alla luce di questa premessa, la cosa di cui difficilmente mi capacito è una sola, e cioè: come fanno certe palestrate a saltellare ed incurvarsi mantenendo una compostezza aristocratica dopo che persino lo step è pronto ad implorare pietà.

Ecco, questa cosa davvero non la capisco. Voglio dire: ma vi pare che io, in un’ora risicata di attività cardiocircolatoria, debba diventare rossa paonazza, grondante di sudore (che di certo non fa sexy, se quel fiume di acqua e tossine solcano un’espressione di completa devastazione), e con i capelli che si vergognano di esistere?

bridget

Ok, sono sincera: non sono la sola a ridurmi in quelle condizioni di annichilimento fisico. Ci sono infatti altre mortali come me che mi dimostrano una sensibile solidarietà.

Ma la cosa che, a distanza di due anni di frequentazione di quel posto ameno ancora mi sconvolge, è come alcune palestrate possano tornare negli spogliatoi con la chioma ancor più fluente di quando sono arrivate. Roba che, quando tolgo l’elastico io dai capelli, questi potrebbero restare in posizione “coda” per almeno un altro quarto d’ora.

Mentre loro, le palestrate dalla figheria congenita, ondeggiano la testa nell’intento di sciogliere e buttarsi alle spalle quella chioma così lungamente anticrespa. Si, perché loro l’anticrespo ce l’hanno impiantato nel cuoio capelluto.

Parlo di quel tipo di capello che scivola indisturbato fino al fondoschiena (di sovente alto e sodo), senza incappare in uno stralcio di doppia punta. Ecco, quella lunghezza lì i miei capelli non la raggiungerebbero neppure se mi tagliassi il collo.

E no, ora non provate a dire che sono invidiosa. D’accordo, un po’ di invidia c’è, ma il mio sfogo deriva piuttosto da un’analisi scientifica delle leggi naturali.

E allora, per favore, care donne dal bulbo impeccabile, ditelo che nascondete una pozione magica in quelle boccette travestite da Pantene! No, non voglio conoscere il segreto, voglio solo che confessiate che un segreto c’è.

Io nel frattempo, mentre vi fate un esame di coscienza, vado a passarmi lo shampoo.

Succede di domenica

29 Ott

Ci sono quelle domeniche mattine in cui ti svegli ed indugi ad alzarti dal letto, perché avverti una sensazione strana, la stessa sensazione che non ti ha fatto dormire bene la notte, e hai il sentore che quella giornata non avrà il tono euforico ed energico che di solito ti caratterizza.

Parlo di quelle domeniche che, per tradizione, dovremmo dedicare al riposo, ma finiscono per addensarsi spesso di noia. E diventano ancor più noiose quando coincidono con l’unico giorno della settimana a disposizione da dedicare alle faccende domestiche.

E poi, mettiamoci che, in quanto donna, non tutte le domeniche del mese sei in piena forma. E che piove. E mettiamoci pure che è il primo giorno in cui l’autunno è davvero autunno, con le sue temperature che scivolano verso il basso in una discesa in folle.

Che allora, vabbè, ditelo che volete vedere il morale che mi sfida guardandomi dal basso verso l’alto!!!

Se poi, al cospetto di un simil scenario, non sei quel tipo di persona che ama il dolce far niente, perché da sola il dolce far niente diventa triste, allora sei costretta ad ingegnarti per colmare quelle ore.

Cominci con lo sfogliare le tue riviste preferite. E prosegui con la lettura di quel libro che difficilmente trova spazio nelle tue serate infrasettimanali.

La lettura, però, non sempre aiuta. Soprattutto se la storia in questione narra di un giovane che ha più o meno la tua età, ricco sfondato, che a quanto pare è così bello che, di fronte a lui, Gabriel Garko, James Dean e Channing Tatum si prendono per mano per farsi da parte a testa bassa. E il cui unico pensiero nella vita è quello di fare felice la sua amata, un’universitaria ventenne, assolutamente ignara di come si sia evoluto il mondo da Thomas Hardy in poi.

Quella storia, insomma, che ti fa alzare gli occhi al cielo e pronunciare l’espressione “Se, vabbè!” a conclusione di ogni paragrafo.

E poi, ci sarà pure un motivo per il quale sto “Cinquanta sfumature di rosso” è sul comodino da ormai due mesi.

Mea culpa, per non trovare il tempo di portare avanti durante la settimana una classica lettura da ombrellone. Sua culpa (dell’autrice intendo), perché non si può pretendere, all’ultimo tomo della trilogia (che tra l’altro scegli di leggere per non lasciare la storia inconclusa), di tenere viva l’attenzione del lettore coniugando ogni quattro righe il verbo “gemere”.

E così a metà pomeriggio approdi in cucina, dove puoi dare libero sfogo alle tue capacità culinarie più o meno sviluppate.

In poco più di un’ora un dolce al cioccolato prende vita e in un altro paio d’ore buona parte di esso è già in piena fase digestiva nel tuo stomaco.

E sei soddisfatta del sapore che giova al palato e alla mente.

torta cioccolato e pere

E allora cosa c’è che non va?

Niente.

Per non cedere ancora una volta davanti a te stessa, ti convinci che va bene così.

Che non fa niente se, sul divano con te, non c’è qualcuno a condividere quella dolcezza che, probabilmente, trova miglior espressione in una teglia tonda piuttosto che in altro.

Se non hai sulla guancia il segno di una carezza lasciata da una mano sporca di zucchero.

Se la giornata continua a scorrere a colpi di zapping, mentre volge pian piano alla conclusione.

Se è giunto il momento di tornare a rifugiarsi in camera e lasciare che gli ultimi pensieri ti accompagnino per mano verso un sonno rigenerante.

E va bene così, è solo un momento, che trova sfogo in qualche riga malinconica e poi passa.

E la mattina dopo, quando ti svegli, non ci pensi più… che in fondo ti aspetta un’altra settimana a ritmi sostenuti. In fondo, meglio così, che hai fretta di andare a lavoro e il letto è da rifare solo per metà.

Il corteggiamento ai tempi dei social (e della crisi)

22 Ott

In un’epoca come questa, in cui le relazioni sentimentali sono sempre più complesse, devi cercare di adattarti a tanti aspetti, che la mia ottantanovenne nonna, ai suoi tempi, non avrebbe mai immaginato.

Perché mia nonna, se proprio voleva giocare a fare l’investigatrice privata con mio nonno, tutt’al più avrebbe dovuto limitarsi a frugare nelle tasche dei pantaloni alla zuava, per trovare qualche epistola d’amore scritta a mano.

Lettera

Noi, invece, donne gelose dei tempi moderni, dobbiamo contemporaneamente tenere sotto controllo una serie di “situazioni”: il cellulare, l’iPad, la mail, WhatsApp, Facebook, Twitter e una miriade di social network, che fioriscono in continuazione come un prato in perenne primavera.
Se poi il tuo lui l’hai conosciuto su Badoo, allora l’autogol è garantito.

Ma al di là dell’ansia da gelosia, che inconsapevolmente maturi giorno dopo giorno, tutti questi meccanismi attuali comportano un inevitabile e rapido incremento di livello del tuo spirito d’adattamento.

In altri termini, ci stiamo abituando ad un modello di corteggiamento “innovativo”, il cui cambiamento è ancor più drastico di quello che aveva visto il passaggio dalle spudorate telefonate a casa ai più discreti sms.

E adesso, niente più bigliettini romantici lasciati qua e là, e anche gli sms, nei quali ti aspetti di leggere, tutto d’un fiato, la sintesi più o meno esplicita dell’interesse altrui, lasciano spazio a lunghe conversazioni sui programmi di messaggistica istantanea.

Conversazioni fatte di frasi spezzate, a volte anche sbagliate (roba che, se lasci fare alla scrittura intuitiva, al posto di “ho voglia di toccarti” ti esce fuori “ho voglia di tacchino”, che, capisci bene, non è la stessa cosa), e in cui la parte romantica tarda ad arrivare (colpa della connessione lenta!).

Dimentichiamoci poi di fiori e cioccolatini, che quelli manco mia nonna se li aspetterebbe più.

Dobbiamo poi imparare a decifrare i messaggi in codice lasciati sulle bacheche virtuali. Tra i più recenti cito: “Non capisci che è la paura che inquina il sentimento?”. Ecco, ora vai a capire chi è il destinatario di quel concentrato di poesia: sei tu, che hai conosciuto quel tipo da neppure due settimane? E’ la ex che lo ha mollato tre mesi prima? O si tratta semplicemente di un omaggio a quell’anonimo sbucato da un Bacio Perugina?

Ma dico, non si potrebbe semplicemente scrivere, o se non è troppo disturbo, chiamare la diretta interessata e dire quello che si ha da dire? No! A quanto pare è necessario coinvolgere l’intera comunità, condividere il pensiero, attendere che sia commentato da mille “mi piace” o archiviato tra i messaggi preferiti!

Mentre tu ti arrovelli il cervello, cercando di dare un’interpretazione plausibile insieme alle tue amiche… che poi ognuna dice la sua.

computer

D’altronde, avevi già sorvolato sul fatto che, appena conosciuto, l’autore di quel commento virtuale ti aveva chiesto il contatto Facebook e non il numero di telefono. Che adesso, se hai l’applicazione, ti va pure bene e ricevi tutto in tempo reale, ma, fino a poco tempo fa, ti toccava collegarti dal computer ogni minuto secondo, nella speranza di visualizzare quella notifica rossa nella sezione messaggi. Una cosa rapida insomma, roba che Marte s’interseca con Venere con più facilità!

Poi, arriva finalmente il primo appuntamento serio, quello in cui lui ti invita a cena: oooooohhhhhh!!!! E ci voleva tanto?!

E’ il momento di dare a quell’uomo la possibilità di incarnare il tuo tipo ideale, quello capace di sorprenderti con dettagli apparentemente banali.

La sera prima dell’incontro non nascondo alla mia amica un filo di emozione e, battezzato il look della serata, mi infilo nel letto.

Prima di addormentarmi, il mio ultimo pensiero mi rimprovera di essere troppo critica, che in fin dei conti non cambia nulla se ci ha messo due settimane per proporre un’uscita a due. Forse lui è solo un po’ timido. Ed io troppo poco flessibile.

Il giorno dopo, l’orario dell’appuntamento arriva in un batter d’occhio ed io sono pronta, sul divano di casa, che aspetto il segnale per scendere.

Lui, dall’interno della macchina, si localizza con un paio di colpi di abbagliante (no nonna, non ha mosso il sedere per scendere a salutarmi. E’ una relazione moderna questa!).

Ad ogni modo, poco dopo mi ritrovo seduta tête a tête nella sala di un ristorante la cui insegna recita “LA CASA DEL PEPERONE”, mentre scorro il menù cercando di individuare una portata che non mi provochi un blocco intestinale.

La serata procede e noi parliamo di tante cose: del suo lavoro, dei suoi interessi, delle sue ultime storie sentimentali… Ma va bene così, dico alla mia vocina interiore, interloquirò di più la prossima volta.

Il tempo scorre e arriva il momento del conto. Il cameriere appoggia sul tavolo il porta ricevute, praticamente sotto il naso del mio corteggiatore, il quale inizia curiosamente a rovistare nella tasca dei jeans. L’espressione è un po’ preoccupata, di colui che cerca qualcosa di importante e non la trova (no nonna, ma ti pare che mi tira fuori l’anello al primo appuntamento?!).

Ecco, trovato! Dalla tasca spunta un foglio di carta, piegato in quattro.

Inizio a covare sospetti e mando al diavolo la vocina interiore che tenta di soffocarli.

Il dubbio, poi, lascia spazio alla verità: uno stropicciato. E sbiadito. Coupon. Di GROUPON. Roba che ce l’aveva lì da sei mesi almeno! Lo porge al cameriere e rivolge a me un sorriso compiaciuto… Pure!

groupon

Oddio no, ti prego, non può essere vero! E magari il consumo extra me lo paga con i buoni pasto?!

Inizio a sudare freddo. Mi guardo attorno per sincerarmi che nessuno abbia notato quello scempio.

Troppo tardi. L’agitazione prende possesso di me e la mia voce esplode in un NOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!

Mi sveglio di soprassalto, in un bagno di sudore. Mi guardo attorno e realizzo che era solo un sogno.

Lascio passare qualche minuto, mi calmo e volgo lo sguardo alla sedia sulla quale è appoggiato il vestito scelto per la serata, poi afferro il cellulare e digito: “Per stasera ho cambiato idea. Scusa, ma i peperoni proprio non li digerisco”.

Attrazioni fatali

15 Ott

Ci sono capitata per caso, perché io il biglietto per quel concerto non l’avevo acquistato. Io quella sera avrei dovuto restare a casa, o al massimo andare alla lezione di fit-box, che era già una settimana che saltavo la palestra (e per la mia coscienza quella sfrontata negligenza non è affatto cosa buona e giusta).

Se consideriamo, poi, che il tipo con cui uscivo da un mese mi aveva scaricata con un sms la mattina alle 08.44, quella lezione di fit-box non avrebbe potuto essere più azzeccata.

Ma quando la tua amica, che per il suo idolo andrebbe in capo al mondo, ti prega di accompagnarla perché all’ultimo minuto ha vinto alla radio i biglietti per l’unica data italiana del tour, cambi anche programma volentieri, che tanto la faccia a quel sacco gliel’avrei spaccata un’altra volta!

Tra l’altro a me Jennifer Lopez non dispiace affatto. Certo, non possiedo tutti i suoi dischi, neanche uno per l’esattezza, ma la ritengo un’artista di tutto rispetto. Indosso dunque un paio di jeans chiari, una t-shirt bianca e scarpe da tennis e mi avvio verso il luogo dell’evento.

tickets

Un po’ di dovuta attesa e giunge finalmente l’orario di inizio: da una nuvola di fumo esce la protagonista della notte, colei che con una sola sterzata d’anca riesce a far sentire il tuo fondoschiena, per primo rispetto al resto del corpo, una nullità.
Supero allora il trauma iniziale, quello da autoconsapevolezza che la figheria, quella vera, è qualcosa che non ti appartiene neppure nei momenti di smisurato ottimismo, e comincio a lasciarmi andare a ondeggiamenti corporali a tempo di musica.

Osservo divertita lo spettacolo e mi faccio travolgere dal clima di eccitazione che l’intero parterre trasmette, ma passati appena pochi minuti mi rendo conto che il mio sguardo non è più del tutto concentrato sulla diva portoricana. C’è infatti qualcos’altro che attira la mia attenzione… e non sono le scenografie, né gli effetti speciali. Il mio campo di osservazione si allarga ed ecco che all’attacco di un nuovo pezzo resto letteralmente folgorata da loro: 8, e dico 8, torsi nudi e scolpiti, che cavalcano la scena con movimenti all’unisono così definiti e così… sexy!

Mai fu a me più chiara la definizione dell’espressione “corpo di ballo”: proprio un bel corpo quel ballo lì!

La mia attenzione si perde alla visione di pettorali che si contraggono a tempo e braccia muscolose che scivolano sugli addominali bagnati di sudore. E tu, presa da un momento di eccessiva euforia credi pure che con quelle labbra carnose e appena dischiuse tali divinità stiano ammiccando proprio a te.

Continuo a godermi lo spettacolo in un’ottica diversa. Per tutta la durata del concerto ho l’ormone che sembra nel pieno di un rave party. Ballo e canto come una riposseduta, dimenando le braccia e sperando che in un raptus di incoscienza quei “corpi da ballo” scendano tra il pubblico.

Passano quasi un paio d’ore e lo spettacolo sta per volgere al termine. Due ore in cui il desiderio che uno di quei corpi, così perfetti, ti aspetti la sera a casa e che magari durante il fine settimana si ritrovi anche a passare l’aspirapolvere con dei movimenti ondulatori di bacino, incalza prepotentemente nel mio cervello. E ci credi… continui a crederci con tutta te stessa, anche quando hai ormai raggiunto la macchina nel parcheggio esterno, mentre il cuore continua a battere a ritmo pop.

Così, prima che l’eccitazione svanisca e le fantasticherie mi abbandonino, rileggo per l’ultima volta quell’sms ricevuto la mattina, che di sensibile ha solo la tastiera touch sulla quale è stato scritto, e mi viene voglia di mandare al diavolo l’idea ormai matura di continuare a cercare l’altra metà della mela in quello che sembra il bravo ragazzo della porta accanto, educato e con la testa sulle spalle.

In fondo, io trovo che anche quegli addominali siano pura espressione di una grande forma di educazione.

Il mio primo batticuore

9 Ott

LUI lo ricordo bene… eccolo lì, che ride e scherza con gli amici nel piazzale davanti casa, con quell’espressione che oggi definirei da bello e dannato. LUI, più grande di me, alto, con fare sicuro nei suoi jeans da paninaro. Si, perché erano gli anni ’80, quelli che mi vedevano innocentemente inconsapevole di ciò che la vita mi avrebbe riservato.

LUI 18 anni, io 6!

Osservarlo nascosta da dietro il muro di cinta mi emozionava. Ma era quando mia madre mi avvertiva che nel pomeriggio saremmo andate a prendere il the dai vicini, che un’improvvisa gioia s’impossessava di me e a quel punto non c’erano compiti che tenevano: schizzavo in camera e la pregavo di vestirmi di tutto punto per fare bella figura.

Non come quella volta che mia madre mi comprò una tuta nuova, lilla, con un orso bianco che sonnecchiava nel bel mezzo della mia felpa. Ecco, quella tuta, dai polsi larghi, mi faceva sentire ridicola. Ma, nonostante le mie insistenze nel rivendicare una mise che mi mettesse più a mio agio, mia madre non ne volle sapere e decise che quel giorno il the dai vicini sarei andata a prenderlo vestita così.

Cercai di fare il mio ingresso nella loro casa con tentata nonchalance, ma alla padrona di casa, che si accorse del mio broncio, mia madre spiegò il dramma appena consumatosi nelle mura di fianco.

E nel frattempo con la coda dell’occhio vidi LUI alzarsi dal divano per venirci incontro a salutare (che mia madre lo diceva sempre che è “un ragazzo tanto educato”) e abbassandosi sulle ginocchia di fronte a me, tanto da avere i suoi occhi all’altezza dei miei, disse: questa tuta è bellissima e ti sta proprio bene.
Restai ad osservarlo per qualche secondo con le mani lungo i fianchi, nell’attesa di realizzare quanto le mie orecchie avevano appena udito. Poi la mia bocca si inarcò all’insù e i miei occhi non resistettero a guardare verso il basso per nascondere l’imbarazzo.

Da quel giorno amai quella tuta lilla con l’orso bianco con la quale riuscii a strappare al mio adorato vicino un complimento.

E da lì l’illusione di avercela fatta. Passai i giorni successivi ad immaginare la nostra storia d’amore, per quanto potessi immaginarne una a quell’età, fatta di giochi, passeggiate e corse in bici. LUI alla guida, io in piedi sul portapacchi con le mani appoggiate alle sue spalle.

Poi, come accade spesso nelle più grandi storie d’amore, ecco la sopraggiunta di quell’amara consapevolezza che si ripropone ciclicamente nella mia vita come la centrifuga alla fine di un lavaggio in lavatrice.

Me lo disse mia madre: sai che il vicino ha una fidanzata? Studiano tutti i pomeriggi insieme.

Improvvisamente quell’onda di giubilo che accompagnava i miei doposcuola si trasformò in delusione. Seppi però affrontare la situazione con la maturità che i miei 6 anni mi offrivano: alzai le spalle e andai in camera a giocare con le Barbie. Perché solo a quell’età ti riesce di farlo… A questa (la mia) come minimo avrei preso carta e penna e avviato un’analisi socio-psico-antropologica del genere maschile.

Da allora sono passati tanti anni e ricordo ancora quella mia prima cotta, alla quale hanno fatto seguito nuovi batticuori, amori, delusioni… con una sola differenza: TU, caro vicino, sei e resterai sempre per me la copia originale… gli altri sono tutti un fac-simile.

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