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77: le gambe delle donne

4 Gen

Mimmo: Allora vabbè, dimme ndo stanno ste carze.
Nonna: Dentr’aa borza nera. C’è pure er borotalco.
Mimmo: Er borotalco?
Nonna: E sinnò mica entrino!

(tratto dal film Bianco, Rosso e Verdone – Regia di Carlo Verdone – 1981)

La scelta delle calze, a mio avviso, costituisce un vero e proprio dramma per il mondo femminile.

Recentemente si è sviluppata sempre di più la tendenza a non indossarle durante l’inverno. In effetti, la gamba nuda infilata nello stivale è qualcosa di estremamente sexy. E se non fosse per quei lassi di tempo che intercorrono tra l’uscita dalla macchina e l’entrata nel locale e tra l’uscita dal locale e l’entrata in un altro locale distante 15 minuti a piedi, quando il termometro non si sposta dagli 0° C, questa costituirebbe la soluzione ideale.

Non tutte, però, siamo in grado di “inCarrierci” (che Carrie, al primo appuntamento con Big, mi indossava un abito a sottoveste color nude, un paio di sandali e la pelliccia… n’altro passo per intenderci!).

Carrie

E allora ecco che a venirci incontro ci pensano le autoreggenti.

autoreggenti

Uhm. Si. Belle, per carità. Arrapanti pure, finché aderiscono alla gamba affusolata del manichino. Quando invece la coscia è la tua, ed è un minimo in carne, fai l’effetto salsiccia strangolata. E non è bello.

Pertanto, cosa ci resta? Ad un passo dal baratro spuntano fuori i leggings. Spopolati negli anni ’80 e tornati alla ribalta da qualche anno, si sono palesati nei nostri armadi sotto varie forme e tessuti: dalla microfibra, alla lana, alla pelle effetto rock (o sadomaso). Di norma molto coprenti, lasciano il piede nudo e ti permettono di giocare con sovrapposizioni di calzini corti, calzettoni e parigine. I leggings rappresentano dunque un buon compromesso per affrontare il freddo inverno.

leggings

Quello che invece ci conduce dritte dritte verso il più irrisalibile abisso è il vecchio “amico” collant! Che sia nero o a fantasia, velato o 60 denari, color carne o a rete, finché resta nascosto sotto un abito o infilato in un paio di tacco 12, abbiamo ancora qualche minima chance di spacciarlo per qualcosa di sexy, ma quando la gonna o l’abito scivolano verso il basso e l’assenza delle scarpe ci ha ormai fatto tornare con i piedi per terra, ecco che…. PAM! Il danno è tratto!

Quell’indumento che dal basso ventre corre, aderente e senza paura, lungo la coscia ed il polpaccio, fino a raggiungere la punta delle dita dei piedi, rappresenta la morte biologica per qualsiasi tipo di fantasia.

E se, puta caso, ti trovi in fase di approccio seduttivo, dovrai essere abile nello sfilare gonna e calze in un sol colpo, altrimenti sarai inesorabilmente destinata ad abbandonarti a quell’attimo di totale imbarazzo. Che poi ti tocca recuperare. Poi.

D’altronde, qualche arguto, a suo tempo, mise a punto quella ormai nota tabella che vediamo riproposta sul retro delle confezioni dei collant, al fine di individuarne la giusta taglia: se la tua altezza va da 1.60 a 1.70 e il tuo peso oscilla tra i 50 e 60 kg ti tocca la 2° misura.

tabella

Risultato: io che sfioro la vetta del metro e sessantatrè (scritto a lettere mi slancia) sono costretta a stendere per bene la calza fino a far risuonare lo schiocco dell’elastico appena sotto il seno: a mò di taglio imperiale per intenderci (alla faccia della vita bassa!).

Il collant, inoltre, ti pregiudica una serie di altre situazioni: l’uso della canotta ad esempio. Se decidi di non rinunciarvi, seppur per il bene dell’umanità maschile, te la devi infilare dentro l’elastico, che altrimenti scappa e si arrotola tutta sotto il vestito.

Infine il collant ha lo stramaledetto vizio, mentre cammini, di scivolare verso il basso e ti ritrovi puntualmente il cavallo a metà coscia. Comodo! Ma soprattutto ti permette di esprimere al meglio la tua femminilità nel tentativo di riposizionarlo a dovere.

“Io odio i collant”, disse la mia amica Y. qualche giorno fa, mentre ci affrettavamo a raggiungere la macchina posteggiata nel parcheggio dell’Ikea. Non c’è stato bisogno che le chiedessi perché, nè di aggiungere altro. Il post è venuto di getto.

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Grazia.it: “Blogger we want you!” – “Chi? Io?!”

28 Nov

PASSATO

“Carlè, è meglio che lo cambi un po’ perché si capisce che l’hai copiato”.

Era al compito di italiano lasciato sul tavolo della cucina che mia madre si riferiva: un commento sull’ultimo libro che avevo letto. Io, che a quell’epoca frequentavo la prima media, la fissai per un attimo con la fronte corrucciata, ma immediatamente dopo la ringraziai perché, in sostanza, mi aveva appena fatto un complimento.

PRESENTE

“Art is a way of survival” diceva… CHIIII??? No, ma quale William Shakespeare! Quale Oscar Wilde! L’ho letto semplicemente su una t-shirt di Zara sistemata sullo scaffale dello store in Via Indipendenza. Fonte di ispirazione: Yoko Ono.

Dicevamo, l’arte è un modo per sopravvivere. E la scrittura è arte. Così, poco meno di due mesi fa, ho aperto questo blog.

L’ho fatto prima di tutto per me, perché scrivere mi piace, ma soprattutto mi diverte!

Trovo entusiasmante poter condividere virtualmente la propria esperienza con quella altrui. Se poi lo facciamo con un velo di sarcasmo ed ironia, tanto meglio!

L’ironia, l’IT che ognuno di noi dovrebbe avere per affrontare al meglio la vita: ci rende affascinanti e non costa niente.

Il blog parla della vita di tutti i giorni, la mia e quella degli altri. Prende spunto dal quotidiano per raccontare un mondo a pois, alla moda per definizione, vario, colorato, attuale.

Un blog che parte dai miei interessi, lo sport, il cinema, il teatro, la tv, i libri, il mondo del web, legati tra loro da un fil rouge “sentimentale” (non riesco a farne a meno!!!).

Proprio quell’IT-Experience che Grazia.it urla nel suo manifesto.

Il mio intento? Liberare i miei pensieri e farvi trascorrere, ad ogni post, 5 minuti di spensieratezza.

FUTURO

Ora ho la possibilità di decollare con Grazia.it ed il suo progetto di blogger-hunting.

grazia

Blogger: we want you! E se volessero proprio me?

Io ci starei, eccome!!! Scrivere su argomenti di Lifestyle su un sito che è espressione di femminilità, attualità e non solo. Il sito dal quale amo prendere spunti per coltivare i miei interessi… che sogno!!

Cosa potrei volere di più dalla vita? Un lucano l’ho già avuto. 🙂

Aspetto bramosa i vostri consensi sul sito Grazia.it!

Gwyneth docet!

25 Nov

Prendo spunto da un film, Sliding doors, che ho rivisto “casualmente” di recente, per soffermarmi a fare qualche riflessione sul messaggio che esso vuole lanciare, o quello che perlomeno io ho colto.

Quanto contano le coincidenze nella vita?

Gwyneth Paltrow, nel film, interpreta il ruolo di Helen, una bella ragazza felicemente fidanzata con Gerry, alias John Lynch, e che d’un tratto si ritrova senza lavoro.
E’ questo il punto di partenza dal quale si diramano le due ipotesi di vita di Helen: cosa sarebbe successo se la donna, andando di corsa via dall’ufficio, fosse salita sulla metro al volo? E cosa se l’avesse persa per un soffio?

sliding doors

Mi sono così soffermata a pensare a quali siano state le coincidenze che hanno segnato la mia vita.

E le prime associazioni che mi vengono in mente riguardano, guarda un po’, il campo sentimentale (che novità per questo blog!!!).

Ecco, pensiamo ad esempio se una sera di giugno di qualche anno fa, appena scesa dal treno, non fossi corsa verso la fermata dell’autobus per prendere il 27 al volo, direzione casa. Di certo avrei perso l’occasione di rincontrare, a distanza di 10 anni, il “mio primo bacio”.

Esatto, il primo intreccio di lingue!!!

bacio

Quello che, complice la distanza, vide presto il tragico epilogo. E lasciamo stare che in quel momento fui travolta dalla stessa sensazione che si prova quando da True Colors di Cyndi Loper l’iPod ti catapulta, in maniera del tutto random, su La Cura di Battiato.

Ma tornando all’incontro…. che cosa romantica direte voi, un segno del destino!

E già, proprio un segno del destino.

Perché in 10 anni, tu, quella persona lì non l’hai più incontrata. E ci sarà un motivo per il quale ti sia capitato di rivederla proprio quella sera e proprio in quella fase della tua vita.

Di fatti, io single, lui single…. praticamente avevo in mano l’asso di briscola! E due sere dopo mi ritrovo in un revival del tête à tête adolescenziale.

Che cosa bella!

E si, perché nel corso della nostra serata di celebrazione del ritrovamento, lui ha avuto modo di raccontarmi come, dopo aver tolto la verginità alle mie labbra, ecco, esattamente dopo un mese, incontrò colei che ha ritenuto a lungo essere la donna della sua vita.

Così, giusto per rompere il ghiaccio, cosa avrebbe potuto dirmi di più gratificante?

La donna della sua vita è poi diventata ex-donna-della-sua-vita, giustappunto un mese prima del nostro reincontro.

Ehhhhhhhhh, c’ho il tempismo io!

Un paio di giorni dopo accetto il secondo invito a rivederci. Ed è lì che, ta-daaaaaan, lui mi ritira fuori sta ex!

Aridaje!

Che ho capito che ti rode che tu in quella storia c’hai investito 10 anni della tua vita (e con me scarsi 3 giorni), ma questo tuo rodimento non può, anzi non deve, stuzzicare la mia ira.

Perché, se a te rode che lei t’abbia lasciato, io, al tuo invito a vedere le vostre foto insieme, inizio ad abbaiare. E cagna che abbaia, morde pure.

cane

Non è difficile immaginare che, a quella serata, non abbia fatto seguito un terzo “rivediamoci”.

Ora, Gwyneth insegna, appunto. Ma cosa insegna?

Con il ragazzo in questione non andò in porto la prima volta e neppure la seconda.

Ma, così come fui io a scegliere a chi destinare il mio primo bacio, e non fu il destino a portarmi via il mio principino azzurro, anche la mia agilità nel correre e i litri di Olio Cuore ingeriti negli anni mi diedero modo di prendere quell’autobus al volo e di imbattermi nuovamente in lui.

E sono sempre io ad aver scelto di lasciare a quella persona il solo compito di incarnare uno dei ricordi più belli della mia adolescenza (che neppure due rullini da 36 foto con un’altra sono stati in grado di deturpare).

In conclusione, io la vedo così: a volte affidiamo al destino meriti o colpe, senza renderci conto che, in fin dei conti, questo è solo frutto delle nostre scelte, per quanto piccole e apparentemente insignificanti possano essere.

E ora vi svelo un segreto, una predizione che lascerebbe di stucco l’intera stirpe Maya: un giorno la sottoscritta diventerà una famosa scrittrice, scoperta casualmente da un talent scout, che in realtà navigava su Google nell’intento di cercare un abito a pois per un travestimento anni ’60. E, un pois tira l’altro, alla fine la sottoscritta e il talent scout si sposeranno e figlieranno.

E se io questi pois non li avessi messi nero su bianco…

Vite in palestra

31 Ott

Quelli che vanno in palestra, e che ci vanno a fini sportivi (dimagrimento, tonificazione, mantenimento, abbordaggio), dovrebbero sapere che quel luogo lì è fatto per sudare.

Esatto, SU-DA-RE.

Un concetto che, a quanto pare, non è a tutti noto.

sudare

Da quando, un paio d’anni fa, ho deciso di dedicarmi alla cura del mio corpo conducendo un’operazione militare, le cui armi principali sono lo step, il sacco e la cyclette, mi sono ritrovata ad osservare, più o meno inconsapevolmente, la vita dei “palestrati” di oggi: maschi e femmine.

E ci tengo a precisare che, per “palestrato”, non intendo il cultore del fitness a livelli estremi, ma semplicemente chi in palestra ci si è quantomeno iscritto.

I maschi palestrati

Esistono alcune tipologie di maschi palestrati che colpiscono particolarmente la mia attenzione.

Per prima c’è la componente formata da quelli che, HOOAH!, rivolgono allo specchio versi intrisi di fatica. Che esternano sonoramente il loro (sotto)sforzo. Che caricano compiaciuti gli attrezzi e sollevano pesi così elevati da aspettarti brandelli di muscoli esplosi schizzarti in faccia da un momento all’altro.

Ci sono poi quei maschi che, invece, monitorano costantemente il proprio cellulare, custodito nella tasca della tuta, o appoggiato di fianco all’attrezzo, ma comunque sempre a portata di mano, che non sia mai che sfugga un contatto con il mondo social! (E’ vero, ci sono anche esemplari di palestrati femmine che manifestano le stesse usanze, ma, nelle sale pesi che ho frequentato, ho constatato trattarsi di un comportamento più comune alla componente maschile).

E ancora, a carpire la mia attenzione di osservatrice, ci sono quei maschi che in palestra indossano, a scanso di equivoci, gli occhiali da sole. Che, probabilmente, riescono ad osservarti senza dare nell’occhio.
Si, perché con un paio di occhiali da sole sul tapis roulant non dai nell’occhio, no!

Posso poi non citare colui che, un dì, affrontò il tappeto di cui sopra in costume da bagno ed infradito? No, non posso.

Infine, c’è tutta una restante parte di maschi palestrati che si cimenta nella pratica sportiva con, a mio avviso, sensuale discrezione. Quelli che prendono la via di mezzo tra il gonfio e lo sgonfio. Quelli che, con sana indifferenza, scolpiscono (ma anche no) addomi e pettorali glabri (ma anche no).

Le femmine palestrate

Sul mondo palestrato femminile, invece, ho da fare un altro tipo di riflessione, che mi riguarda più da vicino.

In questo paio d’anni di lotta vana contro lo specchio e la mente bacata, non c’è modo che io arrivi alla fine della lezione di total body senza assumere le sembianze di uno straccio da pavimento fradicio.

Ora, alla luce di questa premessa, la cosa di cui difficilmente mi capacito è una sola, e cioè: come fanno certe palestrate a saltellare ed incurvarsi mantenendo una compostezza aristocratica dopo che persino lo step è pronto ad implorare pietà.

Ecco, questa cosa davvero non la capisco. Voglio dire: ma vi pare che io, in un’ora risicata di attività cardiocircolatoria, debba diventare rossa paonazza, grondante di sudore (che di certo non fa sexy, se quel fiume di acqua e tossine solcano un’espressione di completa devastazione), e con i capelli che si vergognano di esistere?

bridget

Ok, sono sincera: non sono la sola a ridurmi in quelle condizioni di annichilimento fisico. Ci sono infatti altre mortali come me che mi dimostrano una sensibile solidarietà.

Ma la cosa che, a distanza di due anni di frequentazione di quel posto ameno ancora mi sconvolge, è come alcune palestrate possano tornare negli spogliatoi con la chioma ancor più fluente di quando sono arrivate. Roba che, quando tolgo l’elastico io dai capelli, questi potrebbero restare in posizione “coda” per almeno un altro quarto d’ora.

Mentre loro, le palestrate dalla figheria congenita, ondeggiano la testa nell’intento di sciogliere e buttarsi alle spalle quella chioma così lungamente anticrespa. Si, perché loro l’anticrespo ce l’hanno impiantato nel cuoio capelluto.

Parlo di quel tipo di capello che scivola indisturbato fino al fondoschiena (di sovente alto e sodo), senza incappare in uno stralcio di doppia punta. Ecco, quella lunghezza lì i miei capelli non la raggiungerebbero neppure se mi tagliassi il collo.

E no, ora non provate a dire che sono invidiosa. D’accordo, un po’ di invidia c’è, ma il mio sfogo deriva piuttosto da un’analisi scientifica delle leggi naturali.

E allora, per favore, care donne dal bulbo impeccabile, ditelo che nascondete una pozione magica in quelle boccette travestite da Pantene! No, non voglio conoscere il segreto, voglio solo che confessiate che un segreto c’è.

Io nel frattempo, mentre vi fate un esame di coscienza, vado a passarmi lo shampoo.

Il corteggiamento ai tempi dei social (e della crisi)

22 Ott

In un’epoca come questa, in cui le relazioni sentimentali sono sempre più complesse, devi cercare di adattarti a tanti aspetti, che la mia ottantanovenne nonna, ai suoi tempi, non avrebbe mai immaginato.

Perché mia nonna, se proprio voleva giocare a fare l’investigatrice privata con mio nonno, tutt’al più avrebbe dovuto limitarsi a frugare nelle tasche dei pantaloni alla zuava, per trovare qualche epistola d’amore scritta a mano.

Lettera

Noi, invece, donne gelose dei tempi moderni, dobbiamo contemporaneamente tenere sotto controllo una serie di “situazioni”: il cellulare, l’iPad, la mail, WhatsApp, Facebook, Twitter e una miriade di social network, che fioriscono in continuazione come un prato in perenne primavera.
Se poi il tuo lui l’hai conosciuto su Badoo, allora l’autogol è garantito.

Ma al di là dell’ansia da gelosia, che inconsapevolmente maturi giorno dopo giorno, tutti questi meccanismi attuali comportano un inevitabile e rapido incremento di livello del tuo spirito d’adattamento.

In altri termini, ci stiamo abituando ad un modello di corteggiamento “innovativo”, il cui cambiamento è ancor più drastico di quello che aveva visto il passaggio dalle spudorate telefonate a casa ai più discreti sms.

E adesso, niente più bigliettini romantici lasciati qua e là, e anche gli sms, nei quali ti aspetti di leggere, tutto d’un fiato, la sintesi più o meno esplicita dell’interesse altrui, lasciano spazio a lunghe conversazioni sui programmi di messaggistica istantanea.

Conversazioni fatte di frasi spezzate, a volte anche sbagliate (roba che, se lasci fare alla scrittura intuitiva, al posto di “ho voglia di toccarti” ti esce fuori “ho voglia di tacchino”, che, capisci bene, non è la stessa cosa), e in cui la parte romantica tarda ad arrivare (colpa della connessione lenta!).

Dimentichiamoci poi di fiori e cioccolatini, che quelli manco mia nonna se li aspetterebbe più.

Dobbiamo poi imparare a decifrare i messaggi in codice lasciati sulle bacheche virtuali. Tra i più recenti cito: “Non capisci che è la paura che inquina il sentimento?”. Ecco, ora vai a capire chi è il destinatario di quel concentrato di poesia: sei tu, che hai conosciuto quel tipo da neppure due settimane? E’ la ex che lo ha mollato tre mesi prima? O si tratta semplicemente di un omaggio a quell’anonimo sbucato da un Bacio Perugina?

Ma dico, non si potrebbe semplicemente scrivere, o se non è troppo disturbo, chiamare la diretta interessata e dire quello che si ha da dire? No! A quanto pare è necessario coinvolgere l’intera comunità, condividere il pensiero, attendere che sia commentato da mille “mi piace” o archiviato tra i messaggi preferiti!

Mentre tu ti arrovelli il cervello, cercando di dare un’interpretazione plausibile insieme alle tue amiche… che poi ognuna dice la sua.

computer

D’altronde, avevi già sorvolato sul fatto che, appena conosciuto, l’autore di quel commento virtuale ti aveva chiesto il contatto Facebook e non il numero di telefono. Che adesso, se hai l’applicazione, ti va pure bene e ricevi tutto in tempo reale, ma, fino a poco tempo fa, ti toccava collegarti dal computer ogni minuto secondo, nella speranza di visualizzare quella notifica rossa nella sezione messaggi. Una cosa rapida insomma, roba che Marte s’interseca con Venere con più facilità!

Poi, arriva finalmente il primo appuntamento serio, quello in cui lui ti invita a cena: oooooohhhhhh!!!! E ci voleva tanto?!

E’ il momento di dare a quell’uomo la possibilità di incarnare il tuo tipo ideale, quello capace di sorprenderti con dettagli apparentemente banali.

La sera prima dell’incontro non nascondo alla mia amica un filo di emozione e, battezzato il look della serata, mi infilo nel letto.

Prima di addormentarmi, il mio ultimo pensiero mi rimprovera di essere troppo critica, che in fin dei conti non cambia nulla se ci ha messo due settimane per proporre un’uscita a due. Forse lui è solo un po’ timido. Ed io troppo poco flessibile.

Il giorno dopo, l’orario dell’appuntamento arriva in un batter d’occhio ed io sono pronta, sul divano di casa, che aspetto il segnale per scendere.

Lui, dall’interno della macchina, si localizza con un paio di colpi di abbagliante (no nonna, non ha mosso il sedere per scendere a salutarmi. E’ una relazione moderna questa!).

Ad ogni modo, poco dopo mi ritrovo seduta tête a tête nella sala di un ristorante la cui insegna recita “LA CASA DEL PEPERONE”, mentre scorro il menù cercando di individuare una portata che non mi provochi un blocco intestinale.

La serata procede e noi parliamo di tante cose: del suo lavoro, dei suoi interessi, delle sue ultime storie sentimentali… Ma va bene così, dico alla mia vocina interiore, interloquirò di più la prossima volta.

Il tempo scorre e arriva il momento del conto. Il cameriere appoggia sul tavolo il porta ricevute, praticamente sotto il naso del mio corteggiatore, il quale inizia curiosamente a rovistare nella tasca dei jeans. L’espressione è un po’ preoccupata, di colui che cerca qualcosa di importante e non la trova (no nonna, ma ti pare che mi tira fuori l’anello al primo appuntamento?!).

Ecco, trovato! Dalla tasca spunta un foglio di carta, piegato in quattro.

Inizio a covare sospetti e mando al diavolo la vocina interiore che tenta di soffocarli.

Il dubbio, poi, lascia spazio alla verità: uno stropicciato. E sbiadito. Coupon. Di GROUPON. Roba che ce l’aveva lì da sei mesi almeno! Lo porge al cameriere e rivolge a me un sorriso compiaciuto… Pure!

groupon

Oddio no, ti prego, non può essere vero! E magari il consumo extra me lo paga con i buoni pasto?!

Inizio a sudare freddo. Mi guardo attorno per sincerarmi che nessuno abbia notato quello scempio.

Troppo tardi. L’agitazione prende possesso di me e la mia voce esplode in un NOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!

Mi sveglio di soprassalto, in un bagno di sudore. Mi guardo attorno e realizzo che era solo un sogno.

Lascio passare qualche minuto, mi calmo e volgo lo sguardo alla sedia sulla quale è appoggiato il vestito scelto per la serata, poi afferro il cellulare e digito: “Per stasera ho cambiato idea. Scusa, ma i peperoni proprio non li digerisco”.

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